4 milioni di parole

La liberazione e l’arrivo di Silvia Romano è giunto come un fulmine a ciel non troppo sereno in queste lunghe settimane passate a stare a casa o andando a lavorare, comunque in entrambi i casi con scarsissime tutele sanitarie ed economiche. Ma ci sarà tempo e modo di parlare anche di questo.

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La sua liberazione se non felicità ed empatia dovrebbe quantomeno non far scatenare polemiche su polemiche, parole e osservazioni a vuoto che fomentano un odio che gli italiani e le italiane hanno ormai nel proprio panorama mentale. Qui non si vuole aggiungere troppo di più se non la felicità nel sapere che una donna ha riacquistato la sua libertà dopo essere andata ad “aiutarli a casa loro” come recita una delle tante litanie che a destra e a sinistra raccolgono il consenso perché scarica su entità fuori dal tempo e dallo spazio la responsabilità tutta materiale di territori in guerra e popolazioni destabilizzate anche grazie alla nostra politica estera.

Giornalisti come Gramellini con il suo detestabile paragone con Cappuccetto Rosso ci parla dell’ingenuità di una ragazza che crede in valori che sono morti ma lei non lo sa ancora e da buon padre ci illumina sulla retta via, anzi illumina la retta via a chi crede che forse la solidarietà non è un valore da buttare via del tutto, come sarebbe lecito fare con i suoi articoli. Una riprova della scarsa utilità del giornalista, se per utilità si intende instaurare almeno una qualche istanza critica.

Non perdo tempo certo a commentare le prime pagine de “Il Giornale” e “Libero” che puntualizzano la conversione di Silvia, ora Aisha,  all’Islam. No, non è un reato in Italia convertirsi all’Islam, no, non c’è al momento nessuna correlazione scientifica tra la conversione all’Islam e la volontà di farsi saltare in aria uccidendo quante più persone possibili (è stata definita neoterrorista dal leghista Pagano) e sì, ci si può vestire come più si vuole (anche in abito “verde spazzatura”), obbedendo anche alle regole sotto cui si è deciso di stare, scelte nella propria intimità e incontestabili. Ma sarà lei se e quando a raccontare la sua storia, le sue emozioni, chiudendo la bocca a psicologi da quattro soldi che diagnosticano l’impossibile per far combaciare il loro modo di vedere la realtà con la realtà così com’è.

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Quindi nessuna ingratitudine è venuta da questa giovane ragazza e i 4 milioni serviti per il riscatto, 0,06 centesimi a testa, non sono un buon motivo per chinare il capo verso il salvatore bianco, portatore sano di valori non barbari, con i quali l’ingrata ha stretto rapporti di sottomissione attraverso la fede.  E no signora De Mari, non “abbiamo pagato le vacanze ad una sciacquina“.

Possiamo dire poche cose, ma su alcune possiamo avere un certo grado di sicurezza: Silvia Romano non si è cercata il rapimento e la privazione della libertà per 18 mesi. Non si è cercata la gogna pubblica con la quale larga parte della più misera Italia l’ha accolta tanto da dover ipotizzare la protezione pure “a casa sua” dove c’è la civiltà, il giusto colore di pelle e la giusta religione. Non scordiamoci inoltre che altri sei sono ancora lontano dalle loro famiglie e altri due sono rientrati da zone considerate pericolose ma senza suscitare tutto questo frastuono.

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Come riportato in questo articolo però dobbiamo prendere atto di una verità fondamentale: l’Italia ha un problema con le donne, con le loro scelte, con la loro libertà. Qualcun* ci deve dire cosa pensare, come vestirci, se andiamo bene e male, che posti frequentare e se sono troppo pericolosi e se ci capita qualcosa ecco pronta la frase passepartout: “se l’è cercata”. Declinatela in qualsiasi modo funzionerà sempre e allora sempre sarà tirata fuori che si tratti di stupro o rapimento. Donne ingrate, donne che non compiacciono lo sguardo dell’uomo bianco ma il temutissimo uomo nero, donne che alla fine anche a queste latitudini sono merce di scambio. Dove è stata rapita però sappiamo che Flavio Briatore ha “cercato” la sua terza dimora, un luogo allora non troppo pericoloso mi verrebbe da dire. 

Ci sarebbero ancora molte cose da dire, ma scelgo il silenzio per non andare al di là delle notizie oggettive e delle riflessioni che sentivo di dover fare.

Innumerevoli sono ancora i problemi che abbiamo: in primis con lo sguardo coloniale che rischia sempre offuscare le nostre riflessioni, motivo per cui al termine di queste poche parole scritte tra rabbia e frustrazione metto anche un diverso punto di vista, non meno profondo quanto non meno problematico:

Ho scelto il silenzio per 24 ore prima di scrivere questo post. Quando si parla del jihadismo islamista somalo mi si riaprono ferite profonde che da sempre cerco di rendere una cicatrice positiva. L’aver perso mio fratello in un attentato e sapere quanto è stata crudele e disumana la sua agonia durata ore in mano agli Al Shabab mi rende ancora furiosa, ma allo stesso tempo calma e decisa. Perché? Perché noi somali ne conosciamo il modus operandi spietato e soprattutto la parte del cosiddetto volto “perbene”. Gente capace di trattare, investire, fare lobbing, presentarsi e vincere qualsiasi tipo di elezione nei loro territori e ovunque nel mondo. Insomma sappiamo di essere di fronte a avversari pericolosissimi e con mandanti ancor più pericolosi.

Ora la giovane cooperante Silvia Romano, che è bene ricordare non ha mai scelto di lavorare in Somalia, ma si è trovata suo malgrado in una situazione terribile, è tornata a casa. Non è un caso che per mesi ho tenuto la foto di Silvia Romano nel mio profilo fb. Sapevo a cosa stava andando incontro. Si riesce soltanto ad immaginare lo spavento, la paura , l’impotenza, la fragilità e il terrore in cui ci si viene a trovare? Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yazide, curde, afgane, somale, irachene, libiche , yemenite per capire il dolore in cui si sprofondaComprendo tutto di SilviaAl suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero proposto, pur di sopravvivere. E in un nano secondo.

Attraversare la savana dal Kenya e fin quasi alle porte di Mogadiscio in quelle condizioni non è un safari da Club Mediterranee… Nossignore è un incubo infernale, che lascia disturbi post traumatici non indifferenti. Non mi piacciono per nulla le discussioni sul suo abito (che per cortesia non ha nulla di somalo, bensì è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza), né la felicità per la sua conversione da parte di fazioni islamiche italiane o ideologizzati di varia natura.

La sua non è una scelta di libertànon può esserlo stata in quella situazione. Scegliere una fede è un percorso così intimo e bello, con una sua sacralità intangibile. E poi quale Islam ha conosciuto Silvia? Quello pseudo religioso che viene utilizzato per tagliarci la testa? Quello dell’attentato di Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti? Quello che violenta le nostre donne e bambine? Che obbliga i giovani ad arruolarsi con i jihadisti? Quello che ha provocato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani? Quello che provoca da anni esodi di un’intera generazione che preferisce morire nel deserto, nelle carceri libiche o nel Mediterraneo pur di sfuggire a quell’orrore? Quello che ha decimato politici, intellettuali, dirigenti, diplomatici e giornalisti?

No non è Islam questa cosaE’ nazi fascismo, adorazione del male. E’ puro abominio. E’ bestemmia verso Allah e tutte le vittime. I simboli, soprattutto quelle sul corpo delle donne hanno un grande valore. E quella tenda verde non ci rappresenta. Quando e se sarà possibile, se la giovane Silvia vorrà, mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia. La nostra preziosa cultura matriarcale, fatta di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti. Le nostre vesti e gioielli si chiamano guntino, dirac, shash, garbasar, gareys, Kuul, faranti, dheego,macawis, kooffi.

I nostri profumi si chiamano cuud, catar e persino barfuum (che deriva dall’italiano). Ho l’armadio pieno delle stoffe, collane e profumi della mia mamma. Alcuni di essi sono il mio corredo nuziale che lei volle portarsi dietro durante la nostra fuga dalla Somalia. Adoriamo i colori della terra e del cielo. Abbiamo una lingua madre pieni di suoni dolci, di poesie, di ninne nanne, di amore verso i bimbi, le madri, i nostri uomini e i nonni. Abbiamo anche parti terribili come l’infibulazione (che non è mai religiosa, ma tradizionale), ma le racconterei come siamo state capaci di fermare un rito disumano.

Come e perché abbiamo deciso di non toccare le nostre figlie, senza aiuti, fondi e campagne di sostegno. Ma soprattutto le racconterei di come siamo stati, prima della devastazione che abbiamo subito, mussulmani sufi e pacifici, mostrandole il Corano di mio padre scritto in arabo e tradotto in somalo..

Di quanti Imam e Donne Sapienti ci hanno guidato. Della fierezza e gentilezza del popolo somalo. E infine ho trovato immorale e devastante l’esibizione dell’arrivo di Silvia data in pasto all’opinione pubblica senza alcun pudore o filtro. In Italia nessun politico al tempo del terrorismo avrebbe agito in tal modo nei confronti degli ostaggi liberati dalle Br o da altre sigle del terrore. Ti abbraccio fortissimo cara Silvia, il mio cuore e la mia cultura sono a tua disposizione..

(lettera integrale di Maryan Ismail a Silvia Romano)

E io mi unisco all’abbraccio, nonostante tutto.

somalia

 

 

 

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