Prostituzione e carcere negli USA. Qualche piccola osservazione per chi condanna la prostituzione in sé

[A proposito di prostituzione: il video è stato postato un po’ di tempo fa su una pagina femminista chiaramente contraria alla prostituzione, e lo porta come esempio di sfruttamento slegandolo dalla realtà socio-economica in cui il documentario è stato girato, di fatto mettendo a tacere tutte le voci di coloro che intendono autodeterminarsi e che chiedono diritti e tutele anche in questa professione e che non la subiscono come forma di sfruttamento ma come libera scelta. Qua una mia riflessione dopo averlo visto un paio di volte. Liber* di criticare, integrare ecc. con tutto questo. Anzi.]

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Ecco quello che io definirei un chiaro esempio di mistificazione: “Distorsione, per lo più deliberata, della verità e realtà dei fatti, che ha come effetto la diffusione di opinioni erronee o giudizi tendenziosi, sia in campo ideologico sia, per es., nel settore del commercio e della pubblicità, al fine di trarre vantaggio dalla credulità altrui” (def. Treccani).

Paradossalmente la prostituzione qui è l’ultimo pezzo di un sistema mortifero che in questo caso specifico vede le donne ultime, indesiderabili, espulse dal mondo del lavoro “legale e socialmente accettabile” le sue vittime. Ma il sistema è riuscito lo stesso a mettere a valore quelle esistenze “inutili” incarcerandole a vita. In sintesi, qua il problema centrale non sta nella prostituzione, anche se ovviamente le donne qui protagoniste hanno esercitato contro la loro volontà.

Allora demistifichiamo dando qualche coordinata per capire di cosa si sta parlando in questo video.

In primo luogo le prigioni statunitensi (che contano la più vasta popolazione incarcerata al mondo) sono molto spesso private e in quanto enti privati seguono la logica dell’impresa: produrre e fatturare e qua la merce di scambio è la vita umana non interessante e non decorosa nel mondo “della legalità” puritana e ipocrita: le prede più facili sono ovviamente le donne sfruttate che ne alimentano la sua sopravvivenza.

In secondo luogo, proprio i soggetti più deboli, le donne costrette alla prostituzione per le più svariate ragioni, sono quelle che pagano il prezzo più caro: facili da prendere, dimenticate da tutti vengono braccate molto di più dei loro stessi aguzzin* che in proporzione entrano meno spesso di loro nei penitenziari.

Terzo: la mancanza intenzionale di programmi di disintossicazione da parte del sistema sanitario (inutile spendere parole su quello vergognoso USA), getta queste donne nel circolo della prostituzione, via più facile per procurarsi la droga (molte sono dipendenti da sostanze), ritornando al punto di partenza. Quarto, come sottolinea il video, nulla è taciuto di queste persone, come pezzi di carne esposti, il sistema che dovrebbe proteggerle fa di tutto perché vengano comprate una volta uscite, assicurandosi in tal mondo il loro certo ritorno nella futura retata. Donne che entrano ed escono di galera non hanno possibilità di esistenza nel mondo “della legalità”. Non un lavoro, non una casa quindi nessuna possibilità di sopravvivenza: tutto è lasciato nelle mani di enti caritatevoli, alcune volte peggiori della prigione stessa o troppo deboli per far fronte ad una piaga così grave.

Chiaramente senza le loro vite che alimentano il sistema carcerario e tutto il mondo che gli ruota attorno, quest’ultimo crollerebbe. In altre parole c’è tutto l’interesse per mantenere le cose come stanno, perché qui non ci guadagnano solo i/le pappon*, qua ci guadagna la società tutta. Tacere questi elementi e spacciare la prostituzione solo come sfruttamento nascondendo la complessità e gli attori che non hanno ruoli di secondaria importanza, non vedere il guadagno del mondo della detenzione, di quello della droga, l’assenza consapevole di una spesa sanitaria mirata, nessun aiuto economico e sociale, omertà di chi lavora in quei posti ecc. silenziando le voci di chi pur volendo esercitare denuncia lo sfruttamento, mostra solo di essere complice di quel mondo.

E ora mi rispondano le anime candide: in quale modo mettere al bando la prostituzione salverebbe la vita di quelle donne? Perché non mettere sotto accusa questo sistema infame che vive e si riproduce grazie alla loro sofferenza? Perché non stare al fianco di chi vuole essere riconosciut* in quanto lavoratore e lavoratrice del sesso proprio per evitare che tali esistenze finiscano in quei luoghi o alla mercé di pappon* e clienti violenti? Perché ancora una volta ci si vuole ergere a paladin* della moralità quando sotto i nostri occhi viene perpetrata una violenza così feroce e non certamente per colpa della prostituzione in sé?

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