Corpi di donne e corpi di inesistenti

Esistono luoghi che pur nella loro massiccia imponenza sembrano scomparire agli occhi degli abitanti di città sempre più smart, più green più ….friendly. Città che hanno nulla di tutto questo se non hai le tasche piene a sufficienza, documenti e colore della pelle a posto (o il giusto mix di questi tre elementi insieme) per permetterti di prendere parte a questo sfavillante circo. Per gli altri e le altre la storia è molto differente: la città intelligente diventa un enorme meccanismo che ti incastra e ti stritola. La sua periferia mai davvero riqualificata diventa discarica di vita umana che dura sempre meno, grazie anche all’inquinamento di tutto quello che l’etichetta eco-friendly non riesce a coprire. La città diventa essa stessa un luogo di prigionia.

Seguire le vicende dei CPR è sempre un pugno nello stomaco. Luoghi di reclusione per chi ha la colpa di non avere un pezzo di carta che ti consenta di stare su questa terra. E in questi luoghi dimenticati ma mai silenziati del tutto grazie a chi da fuori ma anche e soprattutto da dentro fa sentire la sua voce, messa a tacere con ogni sorta di mezzo, accadano avvenimenti che non si leggono sulle pagine dei giornali.

Già, i giornali. Apro una breve parantesi apposto per loro che parlano di raptus se una donna viene uccisa, impegnati subito a costruire un’immagine più decorosa (termine che piace molto di questi tempi) a quelli che sono semplici assassini, impegnati a tirare in ballo “giganti buoni” per chi ha lucidamente ha ucciso una donna che lo ha rifiutato, imperdonabile oltraggio punibile con la morte in Italia. Ma guai a parlare di femminicidio, parola di pura fantasia per descrivere qualcosa che solo le femministe vedono, forse in presa pure loro a deliri che però non sono perdonabili.

Ebbene, in quei luoghi dove non filtra alcuna notizia, non degni di una morbosa attenzione dei giornali, senza il giusto appeal per attirare l’attenzione di un pubblico ormai anestetizzato alla violenza, un recluso ha assistito ad una scena di sopruso ai danni di una donna. Una donna esile trascinata, spintonata e presa a botte da guardie e infine sedata e portata via, chissà dove, scomparsa come il suo corpo non riconosciuto dalle carte quindi inesistente. Forse vittima di un TSO (trattamento sanitario obbligatorio) che già ha ucciso in passato e viene usato come arma per mettere a tacere, tranquillizzare o normalizzare chi non è ritenuto tale. [Ricordiamo che il TSO è l’estrama ratio un’eccezione al ricovero che vede il concorso di ben quattro attori: 2 medici, il sindaco e un giudice tutelare]. Dubito che la donna sia stata minimamente informata su quello che le veniva fatto.

Cosa si sa di quella donna? Lei stessa, sedata dopo essere stata trascinata e portata chissà dove sa cosa le sta succedendo? Domande senza risposte perché quei luoghi ingoiano le vite di tutt*, perché lì la tua vita perde qualsiasi significato e valore. Eccedenza da smaltire e quella donna ne ha avuto un assaggio sulla sua pelle. Ogni donna prova sulla sua pelle i raptus di uomini respinti come i raptus di una società che se non può sfruttare ti annichilisce.

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[Qua per un resoconto della storia;

Qua per un resoconto generale della situazione dei CPR a Torino;

Qua per un articolo che parla delle condizioni delle donne nei CIE di Ponte Galeria]

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