Revenge porn. Davvero basta una legge per fermare il fenomeno?

Il termine revenge porn letteralmente significa: “private sexual images or films showing a particular person that are put on the internet by a former partner of that person, as an attempt to punish or harm them“. [fonte: Cambridge University]

Il fenomeno è ampiamente diffuso: secondo Data & Society Research Institute e Centre of Innovative Public Health Research, il 4% degli americani (10.4 milioni) hanno subito minacce di pubblicazione di materiale esplicito o la stessa pubblicazione. La categoria più colpita è quella degli adolescenti e giovani adulti soprattutto di sesso femminile e giovani LGBT in una fascia compresa tra i 15 e i 29 anni (qua si possono leggere i risultati completi della ricerca). Il Regno Unito ha introdotto questo reato nel 2015 con una pena massima di 2 anni, dotandosi di una legge apposita insieme a Stati Uniti e Germania ad esempio.

Recentemente l’ex presidente della camera Laura Boldrini ha riportato l’attenzione su questo fenomeno violento che in Italia ha avuto anche strascichi drammatici. La sua risposta rimane confinata su un piano legislativo proponendo una “legge sui fenomeni di odio che responsabilizzi i giganti del web e l’istituzione del reato di ‘revenge porn’ che non c’è in Italia“. Infatti solo nel 2016 è stata fatta una proposta di legge che riconosca un reato di questo tipo che al momento va sotto la diffamazione, violazione della privacy ecc.. Le pene dovrebbero andare dagli 1 ai 3 anni e aumenterebbero della metà se il colpevole è il partner o l’ex.

Come è stato fatto notare, nella scorsa legislatura si era tentato di portare dei progetti di educazione civica digitale nella scuola e di portare all’attenzione del dibattito pubblico il linguaggio violento utilizzato nella rete il quale non si limita alle parole ma si estende anche alle immagini, per esempio la bambola gonfiabile utilizzata per rappresentare proprio la Boldrini o le innumerevoli immagini condivise insieme a informazioni personali di donne a puro scopo ricattatorio o denigratorio da parte di compagni o ex all’interno di gruppi appositi sul web.

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La proposta è stata subito tacciata di censura. Il problema però è che non si può assolutamente parlare di censura in questo caso, ma di utilizzo di materiale senza il consenso della o del partner e per ragioni di vendetta: lo scopo è l’umiliazione è l’annichilimento, la riduzione della persona ad un oggetto che può essere disprezzato, un essere umano degradato e insultato da chiunque, anche da persone sconosciute finché la o il “colpevole” non viene annientat*.

Le forze al governo attuale hanno cancellato quel poco che si era tentato di fare prima, abituando il pubblico ad un linguaggio violento, di fatto validandolo e rendendolo accettabile e accettato. D’altronde non si può aspettare grande attenzione su questi temi da parte di chi riconosce solo la famiglia tradizionale, sferra attacchi al diritto all’aborto e all’autodeterminazione di chi non si riconosce in modelli precostituiti.

Il revenge porn non si discosta dalla logica di controllo e disciplinamento di chi sgarra alla norma: una donna che decide di troncare un rapporto senza il beneplacito dell’uomo, un tradimento scoperto, sono opzioni che prevedono una punizione il più avvilente possibile. La donna è un oggetto del quale disporre e non ha una sua autonomia nemmeno nella punizione che si consuma sotto lo sguardo di chi solidarizza subito con chi ha condiviso quelle immagini.

Le vittime di questa pratica riferiscono di aver avuto un forte stress emotivo, di essersi isolate, di aver avuto ripercussioni anche nell’ambiente lavorativo e non solo, fino a compiere atti di autolesionismo e di aver pensato al suicidio. Secondo una ricerca ripresa da Wired UK il 93% ha dichiarato di aver avuto stress emotivi, l’82% sono stati danneggiati a livello sociale e occupazionale, il 51% avrebbe pensato al suicidio e il 42% ha avuto bisogno di un supporto psicologico.

Parlando di questo, non si può dimenticare la vicenda di Tiziana Cantone, morta suicida anche a causa degli insulti in internet dopo la pubblicazione di un video contro la sua volontà. La sua storia è l’emblema di quello che rappresenta il revenge porn e delle conseguenze estreme a cui porta la vittima e la sostanziale impunità sociale in cui vive il colpevole. Non si possono dimenticare i commenti di perfett* sconosciut* giudicare la vita di una donna che nemmeno conoscevano, la loro cattiveria nel porsi consapevolmente dalla parte del colpevole.

Si è parlato di debolezza. Un’attenuante fin troppo comoda per coprire le responsabilità di molt* che anche dopo la sua morte hanno continuato a schernirla accusandola in quanto donna “adultera”, meritevole di essere lapidata a parole. Prima incolpata perché non abbastanza donna, poi accusata di non essere stata abbastanza forte nel resistere agli attacchi che le giungevano da ogni parte. Ancora una volta una vittima non è mai vittima per intero ma divide sempre metà della colpa con il suo aguzzino perché in fondo “se l’è andata a cercare”.

Si è dato la colpa ai grandi fornitori di servizi del web. Un altro modo per sfuggire alle proprie responsabilità. Limitare il controllo di ciò che viene pubblicato o bloccato a queste grandi aziende solo, significa delegare la propria libertà a società che non hanno come interesse primario creare un ambiente, in questo caso virtuale, sicuro e accessibile a tutt*, ma di fare profitto. Si rischia concretamente di permettere una censura, in questo caso il termine è più che giusto, estesa anche ad altri contenuti e categorie ritenute scomode.

Il giornalismo anche in questo frangente si è dimostrato incapace di raccontare la vicenda senza aggiungere violenza alla violenza. I dettagli scabrosi e morbosi da dare in pasto alla cronica e all’intrattenimento, preoccupata di fare spettacolo fino alla prossima notizia, non sono stati risparmiati. Nessuna contestualizzazione, nessuna reale empatia con la vittima, nessuna criticità sollevata però, mentre nel mondo dei social si consumava ora dopo ora una violenza sempre più grande.

Infine merita un cenno il discorso della pornografia, tirata in ballo dopo la pubblicazione del video. Si è parlato di mercificazione del corpo della donna, della pornografia che avvilisce, attaccando l’industria tutta. A mio avviso si è fatto un danno anche maggiore: non si è riconosciuta una violenza, la pubblicazione senza consenso di un video, si è accostato al porno ad un’unica grande aberrazione appiattendo il discorso ad un porno sì/porno no e soprattutto si è insinuata l’idea le donne debbano rimanere esseri candidi, che se proprio devono provare piacere lo devono esternare in un certo modo, usando un certo linguaggio, senza evidenziarlo troppo e soprattutto mai e poi mai in un video.

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La vicenda di Tiziana Cantone ci parla ancora molto. Se capitasse un episodio analogo probabilmente vedremmo scene simili, commenti altrettanto crudeli, capiremmo che da allora nulla o poco si è mosso. Nel frattempo l’educazione sessuale a scuola è sempre più combattuta, insieme ad un reale insegnamento sulle nuove tecnologie e i loro utilizzi, vedremmo donne e uomini incolpare il porno, sparlare sulla moralità di chi era ripres* o prendersela con le nuove tecnologie come l’origine di tutti i mali. Vedremmo di nuovo tutti gli ingredienti che hanno portato alla morte Tiziana ancora una volta all’opera.  Allora, alla luce di questo, è davvero la legge, che è coercitiva, obbliga ma non insegna, la strada su cui buttarsi a capofitto? Avremmo forse qualche persona più in galera, sicuramente altre donne su cui piangere.

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