#ThisIsNotConsent, una precisazione al di là del sensazionalismo

In questi giorni ha fatto scalpore la notizia dell’assoluzione di un ventisettenne irlandese dall’accusa di stupro perché, stando a quanto si leggeva dai titoli sensazionalistici dei giornali nostrani, la vittima avrebbe indossato un tanga, prova inconfutabile del suo essere disponibile ad avere rapporti con il ragazzo.

Tuttavia l’hashtag #ThisIsNotConsent è nato più che contro la sentenza in sé, per protesta contro l’avvocato dell’imputato, Elizabeth O’Connell, che ha deciso di perpetrare una linea difensiva che si inserisce perfettamente nella più becera tradizione di discredito della vittima, di messa in dubbio della sua storia non su basi oggettive (incongruenze nel racconto, orari discrepanti ecc..) ma attraverso il suo abbigliamento: aver indossato un tanga con un fiocchetto davanti. Linea difensiva che stabiliva inoltre un’uguaglianza tra attrazione e consenso e si spingeva a sottointendere che l’abbigliamento si potesse sostituire al consenso esplicito (che può anche essere non verbale, ma pur sempre chiaro).

La questione è quindi un po’ diversa da come è stata presentata, ma non meno grave. Non si sa quali altre prove hanno convinto la giuria, 8 uomini e 4 donne, a votare per l’innocenza dell’imputato, ma il punto centrale della faccenda è l’utilizzo di stereotipi e pregiudizi ancora ben radicati nella società in processi di questo tipo, assolutamente sicuri che questi siano sufficienti per scagionare le persone accusate di stupro. In Irlanda si sta protestando per come tali processi siano condotti, sulle prove che vengono considerate ammissibili, sul linguaggio violento e irrispettoso verso la vittima che deve dimostrare nonostante questo di essere tale.

La stampa italiana certamente non brilla per capacità di raccontare la violenza e ancora una volta si affida a titoloni mirati più a solleticare la curiosità del lettore, piuttosto che ad informarlo seriamente. Non ci sono dubbi ormai sul fatto che anche su questo versante non si vuole affrontare le questioni di violenza di genere con la dovuta attenzione e precisione. E non ci sono dubbi sul fatto che non riportare correttamente le notizie a partire già dal titolo è una violenza in più che la vittima deve subire senza potersi difendere.

L’informazione chiara è necessaria innanzitutto per dare un resoconto quanto più preciso dei fatti e dare in base a questo risposte adeguate senza alimentare la cultura del sensazionalismo morboso da una parte e l’allarmismo fine a se stesso dall’altra. Inoltre consentirebbe la formazione di un’opinione pubblica che non si lascia convincere da argomentazioni come quelle utilizzate dall’avvocato O’Connell, ma ricercherebbe prove convincenti al di là di tutti i pregiudizi che si possono mettere in campo.

D’altro canto affrontare processi di questo tipo non è facile tanto in Irlanda quanto in Italia. A tal proposito è necessaria la formazione di avvocati specializzati e preparati per casi come questo, avvocati che non si affidino più a stereotipi e offese cuciti sulla pelle delle donne, inevitabilmente condannate a dividere parte della condanna con i propri assalitori, proprio in virtù di una linea difensiva che denigra la vittima invece che scagionare l’accusato. Anzi, sappiamo molto bene che fin troppo spesso le vittime diventano imputate tanto da dover poi affrontare procedimenti perché accusate, tra l’altro, di calunnie proprio da chi le ha violentate.

Una precisazione doverosa che non leva nulla alla gravità del caso in sé, ribadisco. Ma sgomberare il campo dalla confusione è un segno di rispetto anche per la vittima che merita se non altro di veder riportata la vicenda per come si è svolta davvero in tutta la sua interezza e soprattutto perché sappiamo che sul campo della giustizia la cultura patriarcale mostra il suo volto più violento e non cederà troppo facilmente. E sa come rendersi alleata anche la confusione.

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