Le strade libere le fanno le donne che le attraversano. Anche per Desirée

La morte di Desirée ci insegna tante cose. Fa rabbia, tanta rabbia l’ennesima morte di una giovane ragazza, ma ancora più rabbia fa il fatto che dalla sua morte ne trarranno vantaggio gli sciacalli della politica.

Non è più tempo per stare in silenzio. In ogni luogo, in ogni scritto deve emergere il suo grido insieme al nostro. In ogni angolo deve essere lampante la falsità e l’ipocrisia di certi personaggi che riemergono dall’oblio e dalla nulla che li avvolgono.

La vicenda del suo stupro e della sua morte si lega con quello della droga, dell’abbandono delle periferie e dello spaccio. Un mix letale da cui è emerso falso perbenismo (se entri in uno stabile con persone simili non puoi lamentarti se ti stuprano e ti uccidono) e il bisogno securitario (più sgomberi e polizia) di persone in cerca di risposte facili e veloci. Sempre le stesse, però mai corrette, mai davvero utili.

È giusto ribadire che la sua morte è funzionale a chi ha bisogno ogni giorno di una passerella per la sua perenne campagna elettorale, è giusto ribadire che la sua morte è il momento culminante di una violenza che parte dalla battuta sessista, passando per i “complimenti” non richiesti fino alla violenza mascherata da amore. Come è doveroso ricordare sempre che lo stupro non è questione di etnia o di sesso, ma di controllo, prevaricazione nei confronti di un corpo che si vorrebbe sempre disponibile e sottomesso. Si può ricordare che la violenza sessuale e l’omicidio si vede molto di più all’interno delle mura domestiche per opera di compagni, mariti ed ex o nei luoghi di lavoro sempre più precari e insicuri. E si può affermare infine che se si tratta di italiani parte il teatrino del “se l’è cercata anche un po’ lei”, se è straniero parte la richiesta di più sicurezza e mano dura per le “nostre” donne, donne a cui viene augurato lo stupro se non accettano l’intervento e l’ingerenza sui loro corpi dei “loro” uomini. Un nauseabondo copione che abbiamo imparato a riconoscere fin troppo bene e in cui puntualmente scompare il corpo della vittima.

Ma la storia di Desirée apre anche altri problemi che non si possono ignorare. La sua morte ci costringe ad aprire lo sguardo anche verso il contesto in cui è avvenuta: periferie, luoghi abbandonati o deputati a fare da dormitorio per studenti e per la movida a basso prezzo e qualità. Poi arriva la droga e lo spaccio che in questi contesti trova terreno fertile per attecchire e crescere senza conoscere crisi.

Nel quartiere S. Lorenzo a Roma, dove è stata ritrovata, ci sono migliaia di metri quadrati di capannoni abbandonati, dove si è sempre parlato di progetti di riqualificazione, ma dove in pratica non si è mai fatto nulla. Questo vecchio quartiere operaio è diventato una piazza di spaccio, anche se non manca una proposta culturale dal basso che prova a resistere alle politiche di gentrificazione.

Non è facile lavorare in contesti dove c’è il degrado, quello vero, quello causato dalla mancanza di servizi e di prospettive, dove le persone non sono più libere di muoversi, incontrarsi e organizzarsi. Il degrado lo fanno i personaggi che fanno politica sulla pelle della gente, sia che provi a varcare un confine o che sia una ragazza vittima di uno stupro. Il governo stesso si dimostra del tutto disinteressato verso i problemi delle periferie: niente più soldi per progetti di “riqualificazione” e chi prova a riprendersi spazi deve fare i conti con la giustizia. Più galera e repressione, mentre speculatori e palazzinari vedono crescere a dismisura le proprie ricchezze.

Per il ministro degli interni questo episodio è stato un’occasione d’oro per riproporre le sue orride idee su occupazioni e centri sociali, arrivando ad accusare le famiglie del Movimento per il Diritto all’Abitare come responsabili dell’accaduto. L’accusa in questo caso è anche infondata, infatti lo stabile non è occupato ma abbandonato, proprio per volontà di quelle istituzioni che ora fomentano l’odio verso chi propone alternative al loro nulla. Fortunatamente l’intervento di Salvini è stato bloccato da i tant* che non hanno permesso che le sue idee monopolizzassero quel luogo, ma il lavoro di divisione del quartiere ha comunque dato i suoi frutti. Da chi contestava le persone scese in piazza contro il ministro sono partiti insulti sessisti, a quanto pare da parenti degli spacciatori che potrebbero utilizzare strumentalmente la vicenda per sbarazzarsi degli avversari: “Siete delle lesbiche, state a casa!“. Lesbiche, quindi esseri inferiori e deboli che devono stare, guarda caso, a casa. Zitte, come zitta starà per sempre Desirée. O semplicemente donne confinate dove vorrebbero loro, con corpi privi di autonomia.

Si sente spesso lo slogan “Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano“, ora è tempo di rendere le parole realtà pratiche. Se quei luoghi non fossero stati abbandonati e lasciati al vero degrado, se quelle strade fossero attraversate da persone liberate dalla cultura nociva, forse Desirée non sarebbe morta. È tempo quindi di pensare a delle strategie concrete da mettere in campo perché le parole prendano la forma dei corpi liberi che attraversano tutti gli spazi che desiderano. Solo allora si potrà tacere, solo allora si avrà la sicurezza che il nostro silenzio non è complice della violenza che ha colpito la vittima.

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